Diritti e Libertà delle donne – Una cittadinanza piena per un mondo più giusto


Come sempre nella giornata internazionale della donna, riflettiamo sul passato, sul nostro presente e ci interroghiamo sul futuro.

I diritti conquistati negli anni passati con dure lotte dall’UDI e dal movimento delle donne hanno eliminato le ingiustizie più evidenti e avviato il percorso di liberazione individuale e collettiva dai condizionamenti che la società patriarcale poneva e ancora pone. Ma mentre le donne andavano avanti in un percorso di affermazione della soggettività femminile, la politica dei partiti seguiva un itinerario inverso, di chiusura autoreferenziale e di crisi profonda. L’avvento della libertà femminile avrebbe richiesto cambiamenti radicali in un’organizzazione sociale che fino a quel momento si reggeva sulla rigida divisione di ruoli: uomini nel pubblico e donne nel privato, invece è prevalsa la scelta più innocua: includere le donne senza alcuna modificazione della cosa pubblica.

Oggi il rischio è che la neutralizzazione delle donne avvenga non più attraverso l’esclusione ma l’inclusione. Parità e pari opportunità sono spesso intese come necessità delle donne di essere/diventare pari agli uomini e mai viceversa, fino a vivere la loro stessa differenza con difficoltà, quasi un fardello da cui liberarsi anche a favore di un “gender” indifferenziato. Si agita lo spettro del calo demografico, dandone la responsabilità alle donne, senza che siano stati presi i provvedimenti che permetterebbero alle donne di decidere se essere o non essere madri. Oggi ci chiedono di confidare nel PNRR per risolvere i problemi, ma i fatti oltre le parole cosa dicono?

Dal bilancio di genere del 2021 si evince che siamo tra i paesi europei con il tasso di occupazione femminile più basso, nonostante le donne abbiano un livello d’istruzione più elevato, che il part time è per il 60% delle lavoratrici una condizione subita e non scelta e che vengono penalizzate soprattutto le donne con figli. Gli asili nido sul territorio nazionale sono da decenni del tutto insufficienti e mancano politiche adeguate di sostegno alla maternità. La carenza di servizi sociali particolarmente grave nel meridione e nelle isole, pesa soprattutto sulle donne.  Non sempre l’occupazione coincide con il lavoro: le donne in Italia, dicono le statistiche, lavorano in media più degli uomini proprio per quel lavoro di cura che regge il paese, gratuito e non riconosciuto, nonostante rappresenti una parte cospicua del Pil. Essere madre è nella nostra società una corsa ad ostacoli e la bigenitorialità viene usata troppo spesso nei tribunali per sottrarre i/le figli/e alle donne, che denunciano violenze in famiglia mettendo a rischio in molti casi la sicurezza dei/lle piccoli/e. Per questo l’UDI insieme all’Associazione Federico nel cuore ha lanciato una petizione per sostenere l’approvazione del ddl 2417, per fermare i figlicidi.
La cancellazione della madre è evidente anche nella trasmissione del cognome alla famiglia con la superiorità del patronimico paterno, in barba alla Costituzione. Dispiace che anche alcune donne lo ritengano un problema secondario. Il cognome fa parte della nostra identità di persona e non poterlo trasmettere a chi abbiamo messo al mondo è una ferita alla nostra dignità.

Il sessismo e il neoliberismo, per assoggettare le donne, operano da sempre in stretta connessione tra il piano materiale della nostra condizione socio-economica e il piano culturale/simbolico. Non c’è quindi un prima e un dopo. Oggi, straparlando di libertà e di “dono”, si vorrebbe con la maternità surrogata ridurre il corpo femminile ad una incubatrice e con il sex work (prostituzione come lavoro) a merce da offrire sul mercato. Nel frattempo l’altissima percentuale di obiezione di coscienza (più del 70% la media nazionale), rende difficile alle donne ricorrere all’aborto e in alcune regioni trovare un consultorio che funzioni bene è una vera impresa.
Violenza maschile sulle donne, molestie sessuali, stalking, femminicidio, non diminuiscono, anzi i dati dimostrano che la pandemia ha aggravato il fenomeno. Viviamo quindi un attacco alle nostre conquiste, particolarmente pericoloso perché non sempre è riconoscibile, presentandosi in maniera surrettizia come affermazione di nuove libertà e perché avviene in un contesto di crisi della democrazia e della politica in cui non è più chiaro quali scelte possano fare i referenti istituzionali.

Eppure la pandemia, portando tragicamente allo scoperto la fragilità e l’interdipendenza degli esseri umani, ha mostrato con chiarezza che siamo ad un punto di non ritorno in cui è urgente, per la difesa del pianeta, un cambio di civiltà.  Un cambio di civiltà di cui le donne possono/debbono farsi portatrici, contrastando l’illusione di onnipotenza e l’ossessione di dominio maschili.
La forza morale, l’attenzione, la relazione e la capacità di amore e di cura per le creature umane e per la natura possono essere i principi ispiratori di un altro ordine che prenda le mosse dall’esperienza storica delle donne, quella che è stata detta “opera femminile di civiltà”. Ce lo chiedono le giovani generazioni che, sulla scia di Greta Thunberg, pretendono salvaguardia dell’ambiente e giustizia sociale. Lo esigono i morti nel Mediterraneo e nelle frontiere dell’Europa, a cui rischiamo di assuefarci. Lo reclamano disperazione e sofferenza di popoli costretti da spietate oligarchie in guerre senza fine.

Nel nostro paese aumenta la spesa militare e siamo quasi incredule di fronte ai forti venti di guerra che soffiano nel cuore dell’Europa.
La premio Nobel Svetlana Aleksievic ha scritto “La guerra non ha un volto di donna”. È vero. Proprio per questo dobbiamo fare di tutto per fermare questa follia distruttiva.

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