UDI accoglie con entusiasmo l’invito delle Elette nell’Amministrazione comunale e in particolare della Dott.ssa Maria Raffaella Ferri in accordo con l’area pedagogica e direzionale, a svolgere un’attività nella sezione femminile del carcere. All’interno del tema generale che è quello della salute e del benessere delle detenute, UDI propone di affrontare le tematiche legate alla violenza sulle donne. E’ convinzione infatti delle ideatrici che una serie di letture sull’argomento e un confronto di idee e sguardi ben possano migliorare lo stato di salute psicologica delle detenute rafforzando la loro identità personale.

L’idea che sta alla base del progetto è quella di ascoltare/leggere parole che aiutino a riflettere, pensare, acquisire maggiore sensibilità e consapevolezza rispetto ai problemi che emergono, suscitando magari altre parole per confrontarsi e conoscersi. UDI, la mia Associazione, che da sempre si occupa di tutelare le donne, i loro diritti, la libertà personale, l’autodeterminazione, il lavoro, la maternità, che interviene contro le discriminazioni di genere e la violenza, mi delega a questo incarico, unitamente alla fotografa Sara Colombazzi.

Entrare in carcere: un’esperienza del tutto nuova per me! Perplessità, dubbi, timori…sì, è naturale, è un ambiente che non conosco: mi fido tuttavia delle mie tante esperienze. Peraltro l’idea di incontrare donne, figlie o madri della violenza per averla agita o subita, per averla vissuta direttamente o indirettamente, mi affascina e mi interessa fin da subito. Pertanto, richiamo brani provenienti dal mondo letterario e seleziono episodi dalla cronaca che siano di supporto ai nostri appuntamenti:

Un po’ di vocabolario (VIOLENZA, IDENTITA’,DIGNITA’, STUPRO, MOLESTIE, OFFESE, GUERRA, SCHAVITU’, TRATTA, RELAZIONE, POSSESSO, CORPO, FEMMINICIDIO); la violenza e le discriminazioni su bambini e bambine; su donne, uomini, nelle società diverse; forme, volti e suoni delle violenze, con letture varie. A titolo di esempio ne riporto alcune: “Tutte son donne”, da Sognando un mondo senza età, di Serenella Gatti Linares; “ Donne nel mondo” di Grazia Poluzzi, “Io sono Malala, di Malala Yousafzai”, “ La bambina francese” di Bianca Pitzorno, “ Storia di Iqbal” di Francesco D’Adamo, Il Testamento di Reyhaned Jabbari, Violentate nel silenzio dei campi…, “Storia di Piera” di Piera Degli Esposti e Dacia Maraini, “L’amore molesto” di Elena Ferrante, “Il paese dove non si muore mai” di Ornela Vorspi.

Dunque, attraverso le parole spero di far riaffiorare emozioni, fatti, sentimenti, stati d’animo, sepolti dalla sabbia del tempo e dalle intemperie della vita. I volti della violenza sono tanti: si tratta di conoscerli per poi ri-conoscerli.

Commentarli insieme, riflettere, stimolare parole nuove? E poi, chissà, le donne che incontrerò vorranno leggerli ad alta voce? Servirebbe per esprimere la rabbia, la tristezza, la disperazione, la paura, l’amore, l’odio, che ciascuna di loro probabilmente cova dentro? Potrebbe essere un modo per aiutarle a sentirsi meglio, più libere e leggere? Più se stesse? A trovare dentro una maggiore forza, a sentirsi più solide, più robuste verso la vita forzata cui sono costrette?

Con queste idee in testa le incontro.

Un rumore di passi, voci e quindici belle ragazze, eleganti, sorridenti, entrano nella sala cinema: ci salutiamo, ci presentiamo…nomi, sguardi esplorativi, sorrisi, volti aperti. Nulla a che vedere con l’immagine delle detenute con le divise squallide, poco curate, spettinate e magari anche poco pulite, che ho visto nei film!

Si siedono nelle sedie in posizione di ascolto, una fila dietro l’altra … … No, no! “Che ne direste di spostare le sedie e metterci in cerchio? Così potremo vederci e stare più vicine?” L’UDI, l’attività, le parole mie e loro, i testi da leggere…chi ha voglia di leggerne uno? Questo sì…oppure quest’altro? Lentamente il dialogo si snoda, i loro occhi si fanno vivaci e pronti. Il mio scopo sarebbe che tutte alla fine avessero parlato, ce la faremo? Qualcuna è più restia, un’altra più aperta non ha bisogno di essere invitata. Vorrebbero parlare tutte insieme, le voci si sovrappongono, e allora bisogna invitarle ad intervenire una per volta. E’ importante che tutte siano ascoltate se vogliamo costruire un dialogo che, superando i confini del carcere, si fa multiculturale, multietnico, e plurilinguistico.

Leggere ad alta voce? Temevo fosse un problema e invece…Angela, Teresa, Sonia, ….alla fine solo un paio hanno taciuto ma i loro volti sono più sereni, meno bui, e forse la volta prossima si fideranno.

Abbiamo usato parole nuove per la violenza sulle donne, ci siamo raccontate. La prossima volta ciascuna leggerà, nella lingua madre, dai testi consegnati le frasi o le parole “che sentiamo più vicine” (ha detto una di loro), e io mi impegno a produrre altro materiale scritto che oggi hanno così apprezzato. Il tema del prossimo incontro dovrebbe essere “la violenza sui minori”: chissà se potrà interessare quanto quello di oggi? In fondo hanno tutte ben presente la loro infanzia-adolescenza, e alcune sono già madri se non addirittura nonne!

Gli incontri si susseguono secondo il calendario ed ogni volta è un piacere e una gioia reciproca.

Fin dall’inizio, nonostante non ci conoscessimo, solo dopo pochi minuti ci siamo sentite sorelle, abbiamo detto parole comuni, provato emozioni reciproche e fatto passi enormi sulle nostre coscienze. Loro hanno letto ad alta voce e con interesse i testi, hanno ascoltato e commentato in un confronto civile e meditato. Le loro esistenze si stanno lentamente dipanando. Hanno potuto rivivere brandelli di vita, in molti casi dolorosa e violenta, attraverso quelle parole, le hanno fatte loro traducendole nella loro lingua per sentirne il suono e il sapore, e il tema delle ferite e delle discriminazioni di genere ora è lì fra noi, tangibile e vivo: “da bambina, mio padre…- il mio compagno mi considerava una cosa sua- anche noi potremmo accedere all’Officina come gli uomini – mi piacerebbe fare la metalmeccanica! – sarebbe bello lavorare in Sartoria – perché noi dobbiamo svolgere soltanto incarichi da donna: fare la spesa, rammendare, occuparci delle pulizie, ecc?- Il lavoro dentro al carcere è molto importante, in certi casi è vitale…”.

La vita vera sta prendendo il sopravvento sulla letteratura!

La presenza di Sara Colombazzi che documenta l’incontro con le sue foto è molto ben accolta e anche i suoi contributi di giovane donna sono proficuamente recepiti. Sara ha fermato il tempo con gli scatti della sua macchina fotografica, alcune le hanno chiesto un ritratto da sole, altre con la “sorella”, un termine che loro ci hanno fatto riscoprire. Tanti sguardi vivaci, tanti punti di vista, tante storie e altre parole: violenza, discriminazione, sottomissione, diritto della donna, circo mediatico, disprezzo, paura e stop alla violenza. E quando il regista Eugenio Melloni ha allestito il set per le riprese filmate, ha organizzato le inquadrature e ha spiegato a loro con richieste precise e puntuali la sceneggiatura che aveva in mente, tutte con spontaneità e rapidità si sono portate davanti alla telecamera dove sono state protagoniste con il testo che hanno scelto di leggere. Il potere delle parole di fare riaffiorare momenti di vita rimossi o comunque tralasciati, è un tocco magico che illumina i loro sguardi e ci avvicina alle loro vite.

Il tempo è volato e abbiamo concluso l’incontro con un autoscatto di gruppo e una delle donne sorridendo ci ha detto: ci avete regalato ore di libertà.

Ora nei loro silenzi potranno riflettere su quelle pagine e parole nuove le aiuteranno ad essere più consapevoli e libere.

Ed io, ricca delle loro esperienze e del calore che mi hanno trasmesso, tristemente devo lasciarle, anche se l’abbonamento a Noi Donne che UDI ha acceso per loro mi consola: le detenute sanno che, quando una tema legato alle questioni di genere susciterà la loro curiosità, noi saremo felici di ri-incontrarle.

Alba Piolanti

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