La sconvolgente fine di Adelina, giovane donna albanese, che a Roma disperata si è gettata da un ponte, testimonia purtroppo in modo drammatico quello che da anni ripetiamo inascoltate: l’Italia non è un paese per donne, soprattutto per donne libere, fuori da logiche patriarcali, ancora di più, se emigrate osano ribellarsi ad un destino di sfruttamento e di violenza.

Adelina era arrivata più di 20 anni fa, ancora ragazzina, con un gommone e, vittima della tratta, era stata costretta a prostituirsi. Aveva, nonostante violenze e minacce, denunciato i suoi aguzzini e, grazie al suo coraggio, erano stati assicurati alla giustizia ben 40 criminali, organizzatori del racket della prostituzione, assai lucroso a causa della miseria sessuale maschile. Non sopportava più le continue umiliazioni cui era sottoposta e che il suo corpo fosse usato, violato e oltraggiato. Voleva affermare la sua dignità e aiutare le altre donne ad uscire dalla prostituzione che per lei era sempre e solo violenza maschile da contrastare, non certo “mestiere” da riconoscere. Per questa scelta aveva rotto con la famiglia d’origine e voleva ricostruirsi una vita qui nel paese di cui desiderava ardentemente avere la cittadinanza che invece non ha avuta, nonostante, ammalatasi gravemente, abbia fatto di tutto, anche supplicato e scritto alle più alte cariche dello Stato, per ottenerla prima di morire. Adelina per la sua proficua collaborazione e per tutto quello che aveva patito avrebbe dovuto avere la gratitudine e l’aiuto dello Stato Italiano. Sarebbe stata un esempio prezioso da indicare alle giovani generazioni di come sia possibile anche in circostanze avverse preservare/ritrovare il senso di sé, nella interezza di corpo e mente, e opporsi alla ferocia. Invece non solo la sua richiesta non è stata accolta ma anzi è stata trattata come una delinquente, mortificata, maltrattata, come grida, indicando precise responsabilità, in un video toccante in cui annuncia la sua decisione di togliersi la vita. Già aveva tentato di darsi fuoco davanti al Viminale ed era stata ricoverata per le gravi ustioni, senza che alcuna autorità intervenisse per capire il perché di una protesta portata fino alle estreme conseguenze. Era disperata anche perché le avevano tolto la condizione di apolide e ridato la cittadinanza albanese per cui correva il rischio di essere rimpatriata in Albania, dove temeva la vendetta di coloro che aveva denunciato. Questo tragico evento che, utilizzando il titolo di un libro di Gabriel Garcia Marquez, possiamo definire Cronaca di una morte annunciata, ci fa vergognare del nostro paese, della sordità e indifferenza mostrate dalle istituzioni e non può essere archiviato e dimenticato. Pretendiamo che vadano chiarite tutte le circostanze in cui è avvenuto e le responsabilità di chi avrebbe dovuto/potuto fare diversamente e meglio. Pretendiamo che per le donne che vogliano uscire dalla tratta e che collaborino attivamente sia prevista per legge la cittadinanza e sostegni efficaci. Ci uniamo inoltre alla richiesta rivolta al Presidente della Repubblica On. Sergio Mattarella di conferire la cittadinanza italiana ad Adele Alma Sejdini per l’eminente servizio reso alla Repubblica italiana, con tutti gli onori che merita. Troppo tardi certo per darle la sicurezza e la stabilità di cui avrebbe avuto bisogno in vita ma necessaria perché lo Stato riconosca pubblicamente di avere sbagliato e Adelina, nuova Antigone, diventi un simbolo di grandezza femminile.

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