A volte l’universo ci chiede di fermarci. Ma non lo fa bussando cautamente alle porte delle nostre esistenze, quanto più interrompendo bruscamente il nostro stato di assopimento.

Il covid19 può essere vissuto per quello che è, ovvero un virus, una pandemia. Oppure può essere recepito per ciò che esso rappresenta: un invito. Perché se da un lato i provvedimenti adottati dal governo costringono i nostri corpi a riposare, al contrario il ritorno alle nostre case spinge i nostri pensieri a rinnovarsi. Diffido da chi sostiene che questo virus non abbia fatto distinzioni, direi anzi che ha messo in evidenza le nostre diversità.

La parola “casa” ha infatti per ciascuna di noi un significato particolare: per qualcuna casa è assistenza, per qualcuna è maternità, per qualcun’altra è solitudine. Casa può essere pace e può essere violenza. Può essere rifugio ed essere prigione.

Ciò che nel nostro piccolo delle nostre scrivanie stiamo cercando di fare, è dunque accettare la sfida che ci è stata imposta: cogliamo questo cambiamento come un’occasione per pensarci e reinventarci come donne, come lavoratrici e come esseri umani. Cerchiamo anzitutto di capire, perché questa malattia non ha fatto altro che portare a galla le ingiustizie più profonde della nostra società. Ci impegniamo quotidianamente ad essere presenti per le donne vittime di violenza che in questi mesi sopportano un doppio stato di infermità. Leggiamo, prendiamo spunti da esempi del passato senza perdere di vista il presente. E poi pensiamo al futuro, immaginando e organizzando una didattica virtuale in grado di diffondere valori quali il rispetto e l’uguaglianza agli uomini e alle donne del domani.

Noi di Udi Bologna stiamo a casa, ma non ci fermiamo. Perché siamo donne in fondo, e ferme non ci sappiamo stare.

Francesca Cozza

Bologna, 20/04/2020

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