Il 2 giugno di 70 anni fa forse ho sgambettato anch’io gioiosa dentro la pancia di Anna, mia madre, mentre si recava al seggio elettorale per la prima volta nella sua vita per scegliere di vivere in una repubblica democratica. La libertà è anche responsabilità pensava Anna e mai avrebbe rinunciato a questo suo diritto che non considerava un obbligo ma un dovere civile e morale.

La sera prima del voto aveva a lungo parlato con mia nonna del perché era importante scegliere la Repubblica. Mia nonna Maria difendeva la monarchia, in particolare era affezionata alla figura della regina Elena. Le discussioni con mia madre andarono avanti per giorni e non so come finì.

Anna era abituata a parlare con le donne della Ducati, la fabbrica dove lavorava da anni. Vi era un forte fermento nei reparti, le donne erano rappresentate nei comitati sindacali, nei partiti, l’UDI ne raggruppava centinaia e le riunioni a fine turno si susseguivano. Tra le lavoratrici vi era un numero elevato di vedove con bambini e anche donne che avevano perso il figlio in guerra. Le sofferenze e il dolore erano ancora vivi, ma l’attivismo nella campagna referendaria, affinché tutte le donne andassero a votare, fu egualmente imponente.

A distanza di tanti anni ricordo alcuni volti di queste donne oramai anziane: Ester aveva una bambina di qualche anno più grande di me e a volte dormivo a casa sua con mia grande gioia. Il marito era disperso in Russia e non ritornò. Irene, la cui famiglia era di Vidiciatico, aveva alle spalle una solida tradizione antifascista e portava in fabbrica la stampa clandestina.

Tante cose erano accadute prima, la rete delle donne dei Gruppi di Difesa dentro la fabbrica era stata determinante per l’organizzazione dello sciopero del primo marzo 1944, a cui seguirono arresti e licenziamenti di donne. Poi l’impegno nelle basi partigiane ad Anzola dell’Emilia, i rischi quotidiani per essere staffette. I rastrellamenti, le angherie, gli incendi dei casolari da parte dei nazifascisti e i lutti che seguirono.

Arrivò la Liberazione e la ricostruzione, che per Anna e le sue compagne iniziò dai luoghi di lavoro perché il lavoro per quelle donne era un elemento imprescindibile della nuova democrazia in costruzione. Così come lo era la costruzione di una forte organizzazione femminile come UDI che, diffusa capillarmente sul territorio, potesse parlare a tutte le donne. E poi essere rappresentate nelle organizzazioni sindacali, di partito, culturali, sportive. Una democrazia che nasceva dal basso e a cui una generazione di giovani donne e uomini dava consistenza e ossatura attraverso il loro agire quotidiano.

Il referendum doveva necessariamente portare alla vittoria della Repubblica se si voleva aprire una strada nuova dopo il ventennio fascista e cinque anni di guerra. La Repubblica divenne una realtà. Il cammino dei diritti era aperto e tra i primi Anna e le compagne rivendicano quelli dell’infanzia: dopo pochi mesi le lavoratrici riuscirono ad aprire l’asilo aziendale. Una grande vittoria delle donne.

In quel mitico 1946 iniziò anche l’ospitalità di migliaia di bambini del sud d’Italia in famiglie prevalentemente operaie e contadine dell’Emilia Romagna. Una forma di solidarietà quella dei “treni della felicità” che ancora oggi consideriamo unica e straordinaria nel suo genere.

A settant’anni di distanza quei volti sono oramai un ricordo sfumato. Resta il solco indelebile delle radici democratiche di quel 2 giugno, che tutte e tutti siamo chiamati a difendere e rispettare.

Katia Graziosi

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