Che cosa ha spinto il giovane leureando a conoscere il lavoro delle nostre volontarie nell’ambito del progetto Detenute fuori dall’ombra?

Lo stesso Giovanni lo racconta così:

“L’intervista a Alba Piolanti e Giuseppina Martelli prende le mosse da un lavoro di ricerca accademica rivolto al Lavoro penitenziario e alla carica che gli viene attribuita di motore e veicolo del reinserimento sociale. Dopo una serie d’interviste a ex detenuti e operatori dell’arcipelago carcerario, ciò che risulta chiaro è che il lavoro da solo non può sobbarcarsi l’onere della rieducazione ma ha bisogno di attività complementari che accompagnino la persona detenuta nel suo percorso verso il rientro in società.

Da anni, l’Unione Donne Italiane svolge attività all’interno della sezione femminile della Casa circondariale di Bologna: laboratori di lettura e scrittura, cineforum, orientamento al lavoro, assistenza giuridico-legale, moduli di lavoro sul benessere fisico e psicologico, sono tutte esperienze che hanno unito in questi anni le donne dentro e fuori dal carcere in un percorso che ha come obiettivo la maggior consapevolezza di sé e della propria identità di donna nonché la lotta contro ogni forma di violenza, sia essa fisica o psicologica. Abusi e discriminazioni infatti costellano il passato di molte di queste donne e in molti casi rappresentano al contempo causa e conseguenza del loro status di detenute. Da questo punto di vista, la detenzione può ben dirsi un ulteriore sopruso visto che, se da una parte è inevitabile che si condanni chi ha commesso un reato, dall’altra il percorso che segue oggi il processo giuridico è caratterizzato dall’abbandono e dall’esclusione sociale, segni distintivi che rimangono impressi nella persona soggetta alla privazione della libertà e che non fanno che acuire l’alienazione nei confronti della società e il perpetuarsi delle logiche devianti. La tanto sbandierata rieducazione, oggetto primo sia della Costituzione sia dell’Ordinamento penitenziario, rimane tristemente sulla carta mentre persone accomunate da backgrounds e condizioni sociali molto spesso estremi sono condannate a vivere in luoghi dichiaratamente patogeni e criminogeni, abbandonate a sé stesse nella speranza -fallace- che si reinseriscano nella società una volta finita la pena.

La condanna al carcere significa per queste donne la negazione dei legami familiari e l’annullamento della rete relazionale esterna, l’abbandono in strutture non adeguate né per gli spazi né per il numero di operatori pedagogici e sanitari a disposizione, l’esclusione -ulteriore- dalla compagine sociale nella quale verranno nuovamente catapultate una volta scontata la condanna. I laboratori e le attività che le volontarie dell’Unione Donne Italiane hanno portato avanti in questi anni hanno il grande merito di seguire e sostenere le donne detenute nel loro percorso di reinserimento sociale, dare loro degli appigli ai quali aggrapparsi nel percorso verso il ritorno in società, riallacciare i legami comunitari tranciati dal reato e dallo stigma della condanna. Il progetto Detenute fuori dall’ombra,condotto dalle volontarie UDI Alba Piolanti, Anna Vinci, Barbara Lodi, Barbara Verasani e Giuseppina Martelli, riassume e contiene tutti questi obiettivi e ha comportato una crescita personale non solo delle donne detenute alle quali era rivolto ma anche delle volontarie coinvolte, fino ad arrivare alla comunità del territorio di Bologna. Il progetto infatti ha il merito di aver creato dei veri e propri ponti tra il dentro e il fuori, tra donne detenute e libere, tra la comunità e il carcere. Lo testimoniano l’interesse e la partecipazione delle donne della sezione femminile, i contatti che ancora oggi -a discapito della fine del progetto e della pandemia- permangono tra volontarie e detenute, alle conseguenze positive che i moduli del progetto hanno portato con sé.

Si pensi alle poesie prodotte da una donna detenuta, poi passate alla madre che le ha diffuse tra tutti i conoscenti: in questo caso lo stigma che pesa sulla figlia e che l’ha allontanata inesorabilmente dalle persone che conosceva viene attenuato, ridotto, forse cancellato tramite il mezzo letterario; le poesie da lei prodotte hanno il potere di reinserirla socialmente, testimoniandone la “normalità”, riportandola all’interno di dinamiche sociali che ammirano la poesia e condannano invece il reato. E ancora. Si pensi al coinvolgimento nel progetto della scuola Aldrovandi-Rubbiani e in particolare di una classe del corso Grafici: gli studenti hanno creato una grossa quantità di Attestati di partecipazione a nome UDI da rilasciare poi alle partecipanti alla fine del laboratorio, materiale utile al loro percorso educativo, e delle opere grafiche, dei manifesti relativi alle tematiche care all’Associazione fin dal 1945 – emancipazione, dignità, scelte, consapevolezza, autostima, violenza, maternità – poi esposti sia al Palazzo del Baraccano di Bologna, all’interno degli eventi dedicati da UDI alla Giornata contro la Violenza sulle Donne, sia dentro la sezione femminile della Casa Circondariale di Bologna nell’ambito degli  eventi organizzati per il premio Tina Anselmi; in questo modo, il mondo del volontariato, del carcere e della scuola si confrontano tra loro in un esercizio d’interazione nel quale si ravvisa chiaramente la comunità nel suo ruolo precipuo di agevolatrice del reinserimento, di veicolo di contatto e superamento del pregiudizio.

Di fronte all’esclusione alla quale è condannato il reo e il mondo carcerario in generale, il progetto Detenute fuori dall’ombra testimonia l’utilità d’incontri di questo genere dove giovani ragazzi e ragazze, futuri partecipanti della vita e società collettiva, toccano con mano la realtà detentiva, conoscono le donne e gli uomini dietro al reato, l’umanità dietro lo stigma, portando con loro la vicinanza della comunità intera. I laboratori e le attività delle volontarie UDI hanno il grande merito di cesellare il macigno dello stigma fino a renderlo sopportabile, non più scoglio incombente sulla vita delle persone che hanno avuto un’esperienza di reclusione, ingombrante nella costruzione o riallaccio di esperienze relazionali bensì pietra preziosa da custodire nel proprio bagaglio di esperienze per trarne insegnamenti e crescita personale. Solo così è possibile trarre giovamento dalla condanna alla reclusione, senza che diventi mero esercizio punitivo, semplice retribuzione del male commesso con la sofferenza della pena; solo così si può perseguire la rieducazione e il vero reinserimento sociale delle donne recluse.”

Bologna, maggio 2021

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