Lo stato di quarantena, da cui siamo stati in minima parte affrancati a partire dal 4 Maggio, è stato spesso paragonato allo stato di guerra. Nell’era del digitale ogni grande evento porta con sé opinioni, giudizi e contraddizioni di ogni genere, incentivati dalla circolazione di false notizie e pareri di opinionisti non specializzati; l’associazione tra pandemia e guerra, in particolar modo nel mese di Marzo, s’è fatta credenza diffusa, come a voler richiamare lo spirito di buon cittadino degli italiani.

Non nascondo di essere stata profondamente infastidita dalla frase che ha tanto circolato nel web durante le prime settimane di restrizioni I nostri nonni hanno fatto la guerra, a noi chiedono solo di stare a casa, e le ragioni sono più d’una. Anzitutto mi ha disturbato l’uso di un evento tanto doloroso di cui solo una parte della popolazione ha realmente esperito la drammaticità, a scopi intimidatori; un uso quasi mediatico del senso di colpa che tramite l’ashtag #iorestoacasa ha spinto la maggior parte delle persone a non riflettere su ciò che veniva loro imposto, dando vita a capri espiatori periodicamente rinnovati e dispute incontrollate.

Oltre a ciò, proprio non riuscivo a comprendere in che modo due fatti storici talmente diversi tra loro potessero così facilmente essere accostati: davvero bombe e virus possono essere oggetto di paragone? Eppure questo pensiero è stato come iniettato a mo’ di medicina nelle nostre menti e forse inconsapevolmente ha accresciuto in noi un inusuale senso del dovere.

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