Egle si è fermata per sempre il 14 maggio, di lei conservo ricordi collegati a momenti pubblici e privati. Quando mi capitava di passare da Ganzanigo frazione di Medicina, dove abitava in una casa ampia e solida come se ne incontrano nella campagna della pianura bolognese, osservavo le sue finestre e mi domandavo se era in casa intenta a cucire le camicie con la sua macchina. Un tempo era stata una lavorante a domicilio, come moltissime donne della pianura bolognese. Mi fermavo e lei mi accoglieva sorridente, raccontando cosa stava facendo, le iniziative che aveva in mente e che avrebbe voluto fare, il volantino che intendeva scrivere. Aggiungeva a volte qualche nota sulla sua salute che iniziava a vacillare.

Il suo percorso politico nell’UDI veniva da lontano e aveva radici profonde nel territorio di Medicina, a partire dai valori della Resistenza. A noi, le più giovani, continuava a ricordare il protagonismo delle donne per la libertà, il progresso, la giustizia sociale, la solidarietà, ma anche le lotte per il lavoro e per la parità che avevano segnato il secolo scorso. Egle la considerava la grande rivoluzione culturale del secolo scorso. Amava parlare di quegli anni ricchi di impegno e partecipazione per l’emancipazione di tutte, in una terra dove le donne non avevano avuto paura del potere, dove avevano rivendicato il diritto alla terra a chi la lavora, sfidando la cosiddetta “celere” che troppo spesso colpiva indistintamente donne e uomini.

Ha continuato a ricordarci il grande significato politico e sociale delle lotte per la conquista dei servizi sociali, perché dovevamo considerare la maternità un “valore sociale”. Egle ci ha insegnato che le Istituzioni per funzionare devono sapere ascoltare e interloquire con le cittadine/i, che la forza delle donne sta nella capacità di elaborare idee e proposte partendo dal proprio vissuto e con i propri modi. Ci ha insegnato cos’è un “Comune democratico partecipativo” e come la “nuova scuola che volevamo per i nostri figli” doveva conciliare i tempi e le modalità educative dei bambini in relazione anche alla vita delle donne. E come “il tempo pieno” nella scuola, con l’entrata di una generazione di nuove insegnanti, poteva rappresentare il nascere di una nuova scuola aperta e non classista.

La comunità in cui ha vissuto è stata sempre al centro delle sue azioni, dalle donne, ai servizi per l’infanzia, alle fragilità dell’invecchiamento e quindi un’attenzione ai bisogni di chi non è più efficiente e produttivo. La necessità di avere sul territorio di Medicina la “Casa protetta per anziani” per garantire una vita dignitosa e rispettosa a chi ci ha preceduto, senza dimenticare che è stata la generazione che ha posto le basi per una società migliore.

Quando si ragionava tra passato e presente ricordava le condizioni di sottomissione delle donne nella famiglia, i figli nati fuori dal matrimonio, gli aborti clandestini ma anche la forte spinta delle donne, la ventata di libertà portata prima nelle piazze e poi dentro le Istituzioni con le leggi degli anni Settanta sul divorzio, diritto di famiglia, aborto ma anche l’abolizione dei manicomi e la nascita del Servizio Sanitario Nazionale.

Il suo pensiero era volto anche al presente, alle giovani donne, alla loro fatica di conquistare un lavoro non precario, alla loro difficoltà di poter diventare madri senza dover rinunciare al lavoro. Tanti gli 8 marzo da lei organizzati nella sala del Suffragio Teatro di Medicina: un appuntamento che attendeva con ansia e che ha continuato a riempire di contenuti affinché le donne possano vivere in un mondo libero dalla violenza.

Infine, ho un ricordo molto vivo di quando per il 60° dell’UDI organizzammo a Bologna l’allestimento della mostra “Donne Manifeste” promossa da UDI nazionale. Gliene parlai e lei mi disse che conservava la bandiera della Pace cucita dalle donne dell’UDI di Medicina nei primi anni’ 50, formata da tanti pezzetti di seta colorata con ricamato il nome delle donne che l’avevano cucita.

Egle generosamente preparò la bandiera per l’esposizione con la cura che solo le donne sanno avere: quando le giovani ragazze incaricate di ritirala e portarla a Bologna giunsero a casa sua la trovarono intenta a stirarla; il ferro passava sui nomi ricamati, Egle ne ricordava volti, luoghi, storie. La bandiera era stata un lungo lavoro collettivo che aveva unito ideali e mani per difendere il grande valore della pace negli anni più bui della guerra fredda e della minaccia atomica.

Esponemmo la bandiera insieme ai manifesti dell’UDI a Palazzo dei Notai a Bologna, con grande soddisfazione di Egle, a cui chiesi di donare la bandiera all’Archivio storico UDI di Bologna. Lei acconsentì ma capii dopo qualche tempo che la bandiera doveva ritornare nel territorio dove era stata creata. Fu così che insieme concordammo con l’allora Sindaca Nara Rebecchi di esporla stabilmente all’entrata del Palazzo Comunale, dove tuttora si trova.

Cara Egle la tua, la nostra bandiera dell’UDI è lì, a ricordare e omaggiare le tante che come te hanno cambiato in meglio questo nostro Paese.

Katia Graziosi

Bologna, giugno 2020

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