INTERVENTO AL CONVEGNO “CARCERE E QUESTIONE FEMMINILE: NORMATIVA, CRITICITA’ E PROPOSTE. UN PROGETTO PER BOLOGNA”  15 GIUGNO 2017, Palazzo Malvezzi, Sala del Consiglio Città Metropolitana di Bologna.

UDI, accanto alle donne per la conquista dei loro diritti e per la loro emancipazione, fin dal 1944, ha accolto l’invito delle Elette del Comune di Bologna, nella persona della Presidente Maria Raffaella Ferri, per alcuni interventi alla sezione femminile del carcere di Bologna. Per questo noi volontarie di UDI abbiamo realizzato due serie di laboratori, nel 2015-16 con 4 incontri per il Progetto PAROLE PER PENSARE, e nel 2016-17 con 12 incontri all’interno del progetto OLTRE LE SBARRE- LETTURA E SCRITTURA, convinte che la parola, letta, pensata, meditata, scritta, assuma un significato carico di vissuto, sia simbolo di riflessione, tanto preziosa soprattutto perchè espressa in un contesto come quello della detenzione.

Oggi il carcere in Italia, per come è strutturato, rappresenta un’istituzione totale maschile, con regole rigide e predeterminate, in cui non c’ è spazio per l’ambito emozionale che fa parte dell’esperienza comunicazionale di ogni donna. La detenzione femminile è carica di sofferenza diversa da quella maschile per i differenti percorsi di socializzazione, di ruolo sociale e per una maggiore responsabilità affettiva verso i familiari, specie verso i figli, per la differenza di genere. Sensi di colpa, solitudine, disperazione, depressione, senso di abbandono, perdita di identità, mancanza di un confronto costruttivo, dentro al carcere rendono difficile e molto faticoso, a volte perfino rischioso formulare il proprio pensiero, per cui spesso le detenute più fragili rinunciano a partecipare ad un’attività e preferiscono restare nel limbo di quella vita-non vita: uno stare dove il tempo è vuoto, sempre uguale, dove il disagio emotivo si somatizza, dove è impossibile vivere pienamente la propria femminilità in un contesto tipicamente maschile, dove non si è persona, si vive nell’attesa, non c’è possibilità di crescere né di migliorarsi. Dunque, proporre laboratori che stimolino il confronto, il pensiero, l’agire personale, significa offrire l’opportunità alle detenute di rendersi responsabili di se stesse, di assumere atteggiamenti e pensieri propri, quando invece, per convenienza, per rispetto delle regole, per piacere alla leader del momento o all’antileader, alle agenti di servizio, anche nella speranza di una possibile concessione, un colloquio, una telefonata, queste donne tendono ad omologarsi al pensiero dominante e alle risposte che l’istituzione si aspetta da loro. Ed è così che perdendosi, cadendo in confusione, scatenano purtroppo e molto spesso la loro rabbia e aggressività. Restituire dignità alle detenute significa anche cominciare dal linguaggio, dalla possibilità di lavoro, dalle prime necessità della persona, dal rispetto dei diritti della persona. Per la donne il tema della salute poi all’interno del carcere è di fondamentale importanza: la maternità e la custodia dei figli sono uno degli aspetti più sconvolgenti della condizione detentiva. “Non ho chiuso occhio stanotte perché nella cella vicina alla mia c’è una donna con un piccolino di pochi mesi che piange continuamente!”. “In 6 mesi ho cambiato 20 letti”. “La sessualità? Non so più cosa sia”: questo abbiamo sentito. Inoltre, spazi angusti, luci che si accendono e si spengono a orari fissi, apparecchi TV ad orario, ore d’aria, e tanto altro…

Per tutto questo noi chiediamo che l’offerta di attività all’interno della sezione femminile del carcere bolognese continui, si ampli e si apra ad altri ambiti e in particolare a quello sportivo come le detenute chiedono per la loro salute fisica, ma ancora di più auspichiamo che rispetto ai temi della SALUTE, MATERNITA’, LAVORO, FORMAZIONE, EMANCIPAZIONE E REINSERIMENTO SOCIALE, si crei un Ufficio locale e regionale specifico per la condizione delle detenute, che rilevi le criticità nei vari settori per superarle in un’ ottica di genere. Infatti lo spirito che in questi anni ci ha animato e che connota il nostro agire è in sintonia non solo con la storia delle donne di questo territorio, ma anche con gli intenti antidiscriminatori voluti dalla Regione ER con la legge quadro di parità del 2014. È la prima regione che legifera in tema di parità e contro le discriminazioni di genere e sarebbe assai significativo se la nostra proposta trovasse accoglimento.

Solo in questo modo possiamo sperare di rieducare nella differenza, queste donne alla società.

Alba Piolanti

Giuseppina Martelli

Anna Vinci

Bologna, 15 giugno 2017

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