La “pratica politica del processo penale” che sottende la costituzione di parte civile delle associazioni femministe non è nuova al movimento delle donne, e nasce nella seconda metà degli anni settanta facendo cassa di risonanza al delitto del Circeo, dove gli aggressori stuprano e uccidono Rosaria Lopez e stuprano Donatella Colasanti.

In questa prima fase il movimento femminista elabora una costruzione concettuale del problema della violenza contro le donne puntando sul significato simbolico della legge penale, attuando la “pratica politica del processo penale” al fine di raggiungere alcuni obiettivi tra i quali il passaggio dello stupro da evento privato a fatto politico, la messa in discussione della cultura dominante sia sociale che giuridica che trasforma le donne da parti offese a imputate in virtù della conservazione di stereotipi sociali oppressivi e inaccettabili.

Questo primo percorso fu senz’altro responsabile di importanti evoluzioni, quali il lungo dibattito politico, il passaggio del delitto di stupro dal titolo contro la morale familiare al titolo dei delitti contro la persona e l’approvazione della legge sulla violenza sessuale nel 1996. In ogni caso questa pratica fu prodromica a questioni e dibattiti importanti ed essenziali, tra i quali il problema della rappresentanza delle donne nei luoghi dove si decide.

Nel decennio successivo una forte critica del movimento femminista porta al disuso della pratica del processo penale in virtù delle contraddizioni dell’uso politico dello strumento, semplificativo e riduttivo del fenomeno della violenza, strumento che relega le donne allo stereotipo della   vittimizzazione.

Le forme processuali prestabilite dalle leggi, risultano infatti del tutto incapienti ad essere effettivi contenitori della complessità afferente la condizione delle donne che subiscono violenza.

Più recentemente è stato detto che la scelta del processo penale quale luogo privilegiato di azione simbolico-culturale dove rappresentare il conflitto fra i sessi ha unicamente prodotto la criminalizzazione degli aggressori, anziché la loro responsabilizzazione quale autori di violenza di genere.

Dall’esigenza di sviluppare elaborazioni e strategie politiche del pensiero sulla differenza sessuale nascono i Centri Antiviolenza con la pratica innovativa della relazione tra donne.

Tale pratica sposta il piano simbolico dalla repressione del reato e punizione del colpevole al piano della progettualità femminile per il riconoscimento della differenza come soggettività sessuata, e presupposto della libertà delle donne per riprogettarsi e liberarsi dalla violenza.

Da ciò deriva il radicamento del rifiuto della condizione di vittima attuata nel processo penale, poiché nessuna donna può accettare di essere ridotta alla violazione subita.

In questo contesto il diritto penale come campo d’azione non viene però abbandonato del tutto, ma viene riproposta una “pratica del processo” non incentrata sull’effetto mediatico e sull’affermazione di un protagonismo femminile attraverso la legge.

La strategia processuale viene interpretata come strumento per produrre risorse per le donne, attraverso la relazione donna-avvocata diretta a far crescere consapevolezza e autonomia.

Da questi presupposti si perviene all’assenza di enfasi posta oggi dal femminismo italiano all’intervento repressivo penale, quale risposta parziale e non sistematica a ridurre il fenomeno della violenza alle donne.

Il contesto attuale è caratterizzato da una assunzione complessa del problema della violenza di genere nelle varie componenti, quella sociale, sanitaria, educativa, di politica criminale e legislativa formata dalle molteplici componenti che vengono trattate dalle agenzie-soggetti di riferimento.

Le associazioni femministe “ fanno rete “, i centri antiviolenza “ fanno coordinamento nazionale”.

Le politiche nazionali iniziano a considerare il problema della violenza solo alla fine degli anni novanta, con dichiarazioni di principio sulla necessità della prevenzione e della repressione della violenza di genere, e viene posto il problema della ricerca statistica dei dati e quindi della creazione di un Osservatorio Nazionale.

Contestualmente alla assunzione di responsabilità istituzionale e al dibattito sulla necessità di politiche sociali ed economiche strutturate con destinazione di risorse pubbliche agli interventi sia istituzionali che dei centri antiviolenza si inizia a parlare di “piani di azione contro le violenze di genere”.

I piani vengono poi tradotti nel testo legislativo del 2007, che assume l’importanza di una strategia nazionale integrata tra le varie agenzie che intendono affrontare insieme, in rete, la violenza di genere, ma l’approccio generale resta centrato sulla maniera repressiva, con logica emergenziale che riduce la portata e ne limita l’intervento.

Seguendo questo principio, a Bologna nell’ambito della politica locale vengono realizzati tavoli integrati operativi, dove UDI e le associazioni femministe convocano le istituzioni principali della città per convogliare insieme azioni di rete, in sinergia, per il contrasto alla violenza, nel reciproco riconoscimento della valenza politica dei rispettivi agiti, su un piano di pari dignità di ogni aderente, anche se poi il protocollo conclusivo non alla fine viene sottoscritto.

Il momento parrebbe comunque propizio per elaborare un diverso ruolo del processo penale, più stabilmente improntato a consentire l’introduzione di alcuni portati della cultura di genere, lontano da stereotipi vittimistici, nella consapevolezza che il processo penale è strumentale e non risolutivo del fenomeno della violenza di genere.

La pratica politica dell’UDI di Bologna, forte di diversi decenni di presenza sul territorio contro le discriminazioni e contro la violenza di genere, si è consolidata tra partecipazione pubblica al lavoro sinergico con istituzioni cittadine e associazioni femministe, e la gestione su tutto il territorio metropolitano di sportelli di accoglienza, assistenza legale e messa in rete con agenzie e servizi locali.

L’effettività dell’ impegno concreto e del lavoro svolto in favore di una moltitudine di donne ha qualificato la soggettività politica di UDI di Bologna , concretizzandolo in una determinata realtà storico-geografica, ponendo come scopo principale del sodalizio sia nello statuto che nella pratica politica il contrasto alla violenza di genere e al femminicidio.

In data 5 maggio 2014 l’assemblea UDI ha deliberato la costituzione di parte civile nel processo contro Caria Giulio, imputato di femminicidio.

In data 5.6.2014 il GUP del Tribunale di Bologna, sulla base della previsione statutaria dell’art.4 lett. 2 f) e sulla base di concrete azioni politiche di radicamento territoriale, ha ammesso la costituzione di parte civile dell’UDI di Bologna riconoscendola portatrice di un diritto soggettivo e di aver patito un danno diretto ed immediato dal femminicidio di Caramazza Silvia.

Nel processo sono stati introdotti i contenuti del lavoro del progetto “ stalking stop “ elaborati dall”esperienza delle operatrici in ambito legale e psicologico, che hanno contribuito a dare rilevanza al profilo personale dell’imputato, ai suoi scopi, e al portato delle azioni criminose, il tutto introdotto attraverso le regole processuali penalistiche.

La sentenza di condanna ha inflitto a Caria Giulio 30 anni di reclusione, oltre sanzioni accessorie.

Avv. Rossella Mariuz

Gruppo Giustizia UDI Bologna

 

L’articolo è stato pubblicato su Noi Donne.org  http://www.noidonne.org/articolo.php?ID=05140

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